Il mare fu…

Nell’opera che presento per l’esposizione in Villa Tittoni, la mia attenzione ricade su alcuni dettagli di certe storie di persone che ho incontrato durante un’esperienza lavorativa con i richiedenti asilo.
L’impatto visivo del lavoro esposto prepara lo spettatore ad un rituale:
tante barche numerate, visivamente troppe; barche fragili, pesanti, di terra cotta, numerate e dipinte all’interno di blu… Talvolta, sono rotte.
Ogni barca numerata è collegata a una busta da lettera: intimo invito a leggere e conoscere la storia di quella barca. Semplice, dolorosa, simpatica o piena di speranza e coraggio: una storia umana. In tal modo, ogni barca acquisisce un volto umano.
Le Storie a parer mio, rappresentano l’unica salvezza da qualsiasi pregiudizio retorico.
La quantità smisurata di informazioni che oggi giorno ci circondano, paradossalmente ci impedisce di conoscere le persone. Ci fa sfuggire i semplici dettagli e le piccole sfumature che ci rendono più familiare una persona.
Al contrario l’informazione forma le categorie logiche che sacrificano i piccoli dettagli. Senza questi, si crea la distanza tra le persone: si crea l’ “ALTRO”, al di fuori di noi, del quale possiamo essere indifferenti. L’indifferenza impedisce ogni reazione contro la violenza.
Soffermarsi sui dettagli della storia di una persona agisce sui confini tra “me” e l’“altro”. Le categorie predefinite così, vengono stravolte.
La forma delle barche richiama una fragilità ed un contrasto innato: la terracotta pesante che dovrebbe sopravvivere sull’acqua. Precaria stabilità.
Unite alle storie, la precarietà delle barche toglie la distanza dei numeri sempre presenti nelle notizie mediatiche e ci fa sentire sulla pelle ciò che succede ad una persona.
Questa empatia è un elemento necessario per impedire la “mostruosità” dell’”indifferenza”.

22 Giugno 2018

photo: Francesco Di Biase