Chi custodisce il custode?

Un grande masso. Si intravedono tracce di piante e fiori essiccati violentemente nel loro processo di schiacciamento. Il masso si muove ritmicamente, proiettato verso il muro tramite un sensore ed un motore visibile allo spettatore. Nel punto esatto in cui il masso si avvicina maggiormente al muro vi è una rosa attaccata.
Il tempo ritmico dell’azione e la tensione impregnata di possibilità violenta.
Di fronte, una vita fragile. La rosa senza vaso ha una sua fine; ma prima della sua fine naturale, potrebbe essere inghiottita, schiacciata dal masso. Com’e’ per le evidenti tracce di rose, vittime intrecciate nel sasso.

E poi la figura di un custode, colui che si rapporta con questo ritmo. Attende, sottende.. rompe l’infinità del ritmo per custodire e per preservare questa fragilità. Per deviare il possibile destino.
Nel rapportarsi con l’atto diviene egli stesso fragile… e pare indifeso.
(Quis custodiet ipsos custodes? è una locuzione latina tratta dalla VI Satira di Giovenale, che letteralmente significa: «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?». Il contesto originale affronta il problema di garantire fedeltà coniugale, anche se è ormai comunemente utilizzata più generalmente per riferirsi al problema di controllare le azioni delle persone in posizioni di potere, un problema discusso da Platone nella Repubblica. Questa frase allude direttamente alla concezione filosofica riguardo alle problematiche relative al potere ed al suo diretto controllo. Dagli autori moderni è utilizzato per esprimere le preoccupazioni di Socrate circa i guardiani; la sua soluzione è quella di plasmare adeguatamente le loro anime).